È un’affermazione dura, ma questo è quanto emerso da recente studio commissionato da IBM e condotto da TEHA Group, studio che va a individuare la mancanza di competenze adeguate come nodo cruciale nella diffusione reale dell’Intelligenza Artificiale (IA).
Secondo la ricerca, infatti, nei sei paesi oggetto della ricerca (Francia, Germania, Italia, Giappone, Stati Uniti, Regno Unito) circa la metà della forza lavoro appare poco pronta a cogliere e sfruttare il valore dell’IA.
Questo dato è importante, perché fa emergere come il problema dell’integrazione dell’IA stia nel capitale umano che non sa farla funzionare. In poche parole: con strumenti all’avanguardia ma senza competenze adeguate, il ritorno sugli investimenti è molto limitato.
Cosa emerge dallo studio sull’IA di IBM e TEHA Group
- L’IA sarà sempre più integrata al lavoro, ma c’è una conditio sine qua non
Si prevede che entro la fine del decennio saranno circa 729 milioni le persone che utilizzeranno strumenti basati su IA, più del doppio rispetto agli attuali 314 milioni. L’IA è destinata ad interessare oltre l’83 % delle mansioni e, fra queste, oltre il 60 % verranno potenziate dall’AI grazie ad algoritmi (ossia i “copiloti”) …ma questo può avvenire solo a patto che ci siano persone in grado di guidare questo passaggio.
- Il gap delle competenze è molto esteso
In media, il 50 % dei lavoratori nei paesi interessati allo studio non possiede le competenze tecniche o trasversali necessarie per assumere ruoli “IA oriented”.
Si stima che entro il 2030 ben oltre 450 milioni di persone dovranno essere riqualificate; di queste, più del 30 % (circa 136 milioni) probabilmente cercherà modalità formative non convenzionali come corsi online, micro-certificazioni digitali, piattaforme MOOCs.
- I limiti della formazione tradizionale
I corsi universitari in IA sono cresciuti in media del 22 % tra il 2017 e il 2023, ma restano concentrati nelle aree STEM. Questo lascia scoperti ambiti “non tecnici” (umanistico, sociale, sanitario) dove l’IA potrà avere impatti rilevanti.
Per coprire l’intero spettro d’uso, servono approcci formativi che integrino competenze critiche, etica, pensiero progettuale e capacità interdisciplinari (alias: investire in sviluppo delle soft skills).
La formazione può aiutare a integrare l’IA?
Ok, ad ora abbiamo fatto il quadro tragico: investimenti che non ritornano, stasi delle imprese e rischio di arretratezza rispetto ad altri paesi più pronti.
Ma dove sta la soluzione?
La risposta è formazione, formazione e formazione.
E visti i costi che già si affrontano solo per avere le tecnologie IA in azienda (e che non sono pochi per una PMI media), la formazione potrebbe essere quella finanziata da Regioni, Fondo Sociale Europeo, Ministero del Lavoro o Fondi Interprofessionali.
Grazie a queste risorse, è possibile agire a costi ridotti su più fronti e far recuperare ai lavoratori sia competenze più trasversali (soft skills come pensiero critico, analisi, etica etc) sia competenze tecnico-operative.
Da qui in avanti la palla è in mano a chi vuole affrontare la sfida e trasformarla in opportunità: se sei un imprenditore, un HR o un Project Manager, pensa a quanto potrebbe crescere la tua impresa se al 2030 i tuoi dipendenti riuscissero a sfruttare a pieno l’IA.
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Foto di Deng Xiang su Unsplash



