GenZ e lavoro: cosa sta succedendo in Italia?

Ogni generazione ha portato il suo modo di vedere il mondo del lavoro, ma quello che sta facendo la GenZ è cambiare gli asset valoriali su cui si pone l’intero mercato.

In Italia si parla molto del rapporto tra i “giovani” (GenZ, ma anche Millenial) e lavoro. Tutti, almeno una volta, abbiamo sentito la frase “i giovani non hanno più voglia di lavorare” o “Ai miei tempi lavoravo 7/7 per poche lire e dicevo ancora grazie”. 

E tutti, che si parli di quelli dei “Ai miei tempi” o che si intendano persone più attente alle tendenze del mercato del lavoro di oggi, hanno notato la stessa cosa: i giovani stanno più attenti alle condizioni di lavoro e sono meno disposti a scendere a troppi compromessi. 

E forse, dato che tra pochi anni costituiranno più del 30% della forza lavoro, vale la pena approfondire l’argomento. 

Ma quindi, cosa cercano i giovani nel lavoro? 

Per la Generazione Z, ossia i nati tra metà anni ’90 e 2010, sono considerati fondamentali in un luogo di lavoro valori come: 

Un impatto positivo a livello sociale e ambientale:
I giovani sentono il bisogno di un perché, di uno scopo superiore che dia un senso all’attività quotidiana.

L’attenzione al benessere del personale:
La GenZ è la più attenta al benessere psicofisico, un elemento strettamente correlato al worklife balance, ai piani di welfare, alla flessibilità lavorativa e allo smart working.

L’ambiente lavorativo sereno e positivo:
Correlato al punto precedente, per i giovani trovarsi bene nel luogo in cui trascorrono la maggior parte del loro tempo è fondamentale.

Continui stimoli professionali: che motivino e dimostrino considerazione.

Pratiche etiche inclusive e orientate alla trasparenza

Il Job Hopping 

La GenZ (e ricordiamolo, anche una buona percentuale dei Millenial) è una generazione che non crede più nel “posto fisso a vita”, ma è disposta a mettersi in gioco e cambiare spesso posizione in una continua ricerca di un luogo che abbracci a pieno i suoi valori. 

Si tratta di un radicale cambio di mentalità a cui oggi molte imprese e aziende non sono pronte, dando ancora molto per scontato che quell’indeterminato sia davvero tale da entrambe le parti, incrementando così ulteriormente il fenomeno del “saltellare” da un posto di lavoro ad un altro. 

Il ruolo dell’Employee Branding 

In un mercato del lavoro dove la parola d’ordine è “attrarre e trattenere”, l’employee branding risulta una strategia fondamentale. Va integrata con azioni concrete, reali e tangibili che il dipendente possa vedere e possa sentire come dedicate a lui, strategie capaci di farlo sentire apprezzato e valorizzato. 

Nella declinazione interna di questa pratica, il welfare e la formazione possono fare una grande differenza, in quanto permettono al dipendente di sentire quanto l’azienda creda in lui, tanto da investirci. 

Piani formativi pensati per far crescere una persona impattano molto e possono anche essere rimborsati dai Fondi Interprofessionali o regionali, andando ad abbassare i costi di una strategia necessaria, ma costosa. 

Immagine di copertina:
Foto di Mike Von su Unsplash

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